Caso fortuito, forza maggiore e inesigibilità Un Focus sull'inesigibilità, argomento rilevante e un po' sfuggente

 

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16 min di lettura

CASO FORTUITO, FORZA MAGGIORE E INESIGIBILITÀ

di Max Di Pirro

 1. Le nozioni di caso fortuito e forza maggiore

 L’art. 45 c.p. disciplina il caso fortuito e la forza maggiore:

  1. il caso fortuito è l’evento assolutamente imprevedibile;
  2. la forza maggiore è l’evento che, pur se previsto, non può essere impedito. In situazioni di questo tipo il soggetto è sopraffatto da accadimenti che gli si impongono dall’esterno irresistibilmente: in altri termini, egli agitur, non agit.

Mentre il caso fortuito è un evento “imprevedibile”, poiché si svolge al di fuori di ciò che normalmente accade (id quod plerumque accidit), la forza maggiore è un evento “inevitabile”, cioè contro cui non è possibile resistere o cui non è possibile opporsi, vale a dire un accadimento che, ancorché preveduto o prevedibile, tuttavia non può essere evitato da chi agisce.

In entrambi i casi la norma prevede un pre-requisito generalissimo della responsabilità penale, ossia la dominabilità della situazione, esclusa dall’evento imprevedibile o non impedibile.

Il legislatore colloca l’art. 45 nel contesto dell’imputazione soggettiva della responsabilità penale: sarebbe, infatti, incompatibile con il principio di colpevolezza (art. 27 Cost.) una risposta sanzionatoria riferita a una situazione imprevedibile o inevitabile.

La forza maggiore, quindi, è prevalentemente intesa come assenza di nesso psichico e, perciò, come assenza della suitas della condotta (art. 42, co. 1, c.p.).

Anche il caso fortuito è considerato un elemento negativo della colpa, ossia come situazione esterna (ad es., un improvviso malore) che incide sul piano della colpevolezza.

Un orientamento inquadra la problematica del caso fortuito e della forza maggiore nell’ambito della causalità: si assume cioè che entrambe le fattispecie rientrino tra i fattori in grado di escludere il nesso causale tra la condotta e l’evento.

Affine alla forza maggiore è il costringimento fisico (art. 46 c.p.), che consiste in una forza irresistibile che promana non già dalla natura ma dall’uomo, il quale si serve materialmente di un altro individuo come strumento di realizzazione dell’obiettivo criminoso (ad es., Tizio costringe Caio a firmare un documento falso).

In linea generale le difficoltà economiche non sono considerate riconducibili all’art. 45: “Poiché la forza maggiore postula l’individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto e imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta del soggetto agente, sì da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcun modo ad un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente, deve escludersi che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la forza maggiore penalmente rilevante. Nei reati omissivi propri integra la causa di forza maggiore l’assoluta impossibilità, non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso; assoluta impossibilità che deve essere collegata ad eventi che sfuggono al dominio finalistico dell’agente. Conseguentemente, la mancanza di provvista necessaria per l’adempimento dell’obbligazione tributaria penalmente rilevante non può essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta/politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità. L’inadempimento tributario penalmente rilevante può, dunque, essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore che non ha potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico” (Cass. 14789/2019).

Per quanto riguarda il profilo contenutistico, caso fortuito e forza maggiore sono talvolta unificate sotto la nozione di non esigibilità di una condotta diversa.

 

2. Inesigibilità e omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (art. 10-ter D.Lgs. 74/2000)

Cass. pen. 13-8-2018, n. 38593 (Massima e motivazione)

Il principio della non esigibilità di una condotta diversa – sia che lo si voglia ricollegare alla ratio della colpevolezza riferendolo ai casi in cui l’agente operi in condizioni soggettive tali da non potersi da lui “umanamente” pretendere un comportamento diverso, sia che lo si voglia ricollegare alla ratio dell’antigiuridicità riferendolo a situazioni in cui non sembri coerente ravvisare un dovere giuridico dell’agente di uniformare la condotta al precetto penale – non può trovare collocazione e spazio al di fuori delle cause di giustificazione e delle cause di esclusione della colpevolezza espressamente codificate, in quanto le condizioni e i limiti di applicazione delle norme penali sono posti dalle norme stesse senza che sia consentito al giudice di ricercare cause ultralegali di esclusione della punibilità attraverso l’analogia iuris (Fattispecie in tema di omesso versamento dell’ IVA giustificata dal ricorrente con la crisi del mercato immobiliare e con i problemi finanziari della società da lui rappresentata).

“È necessario, a tal fine, prendere le mosse dagli approdi ermeneutici di S.U. n. 37424/2103, Romano, secondo cui:

– il reato di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (art. 10-ter D.Lgs. 74/2000) si consuma con il mancato pagamento dell’imposta dovuta in base alla dichiarazione annuale entro la scadenza del termine per il pagamento dell’acconto relativo al periodo di imposta dell’anno successivo;

– il reato è punibile a titolo di dolo generico e consiste nella coscienza e volontà di non versare all’Erario le ritenute effettuate nel periodo considerato, non essendo richiesto che il comportamento illecito sia dettato dallo scopo specifico di evadere le imposte;

– la prova del dolo è insita in genere nella presentazione della dichiarazione annuale, dalla quale emerge quanto è dovuto a titolo di imposta, e che deve, quindi, essere saldato o almeno contenuto non oltre la soglia, entro il termine lungo previsto;

– il debito verso il fisco relativo ai versamenti IVA è normalmente collegato al compimento delle operazioni imponibili. Ogni qualvolta il soggetto d’imposta effettua tali operazioni riscuote già (dall’acquirente del bene o del servizio) l’IVA dovuta e deve, quindi, tenerla accantonata per l’Erario, organizzando le risorse disponibili in modo da poter adempiere all’obbligazione tributaria. […]

Sviluppando e riprendendo il tema della «crisi di liquidità» d’impresa quale fattore in grado di escludere la colpevolezza, tema solo accennato nella sentenza delle Sezioni Unite, questa Corte ha ulteriormente precisato che è necessario che siano comunque assolti, sul punto, precisi oneri di allegazione che devono investire non solo l’aspetto della non imputabilità al contribuente della crisi economica che improvvisamente avrebbe investito l’azienda, ma anche la circostanza che detta crisi non potesse essere adeguatamente fronteggiata tramite il ricorso ad idonee misure da valutarsi in concreto. Occorre cioè la prova che non sia stato altrimenti possibile per il contribuente reperire le risorse economiche e finanziarie necessarie a consentirgli il corretto e puntuale adempimento delle obbligazioni tributarie, pur avendo posto in essere tutte le possibili azioni, anche sfavorevoli per il suo patrimonio personale, dirette a consentirgli di recuperare, in presenza di un’improvvisa crisi di liquidità, quelle somme necessarie ad assolvere il debito erariale, senza esservi riuscito per cause indipendenti dalla sua volontà e ad egli non imputabili. […]

Occorre sgombrare il campo da un equivoco di fondo che rischia di alterare la corretta impostazione dogmatica del problema: per la sussistenza del reato in questione non è richiesto il fine di evasione (come già affermato da Sez. U, Romano, cit.), tantomeno l’intima adesione del soggetto alla volontà di violare il precetto.

Quando il legislatore ha inteso attribuire all’elemento soggettivo del reato il compito di concorrere a tipizzare la condotta o quello di individuare il bene leso o messo in pericolo, lo ha fatto in modo espresso, escludendo, per esempio, dall’area della penale rilevanza le condotte solo eventualmente (e dunque non intenzionalmente) volte a cagionare l’evento (art. 323, cod. pen., artt. 2621, 2622, 2634, cod. civ., art. 27, comma 1, d.lgs. 27 gennaio 2010, n. 39), incriminando, invece, quelle ispirate da un’intenzione che si colloca oltre la condotta tipizzata (i reati a dolo specifico), attribuendo rilevanza allo scopo immediatamente soddisfatto con la condotta incriminata (per es., art. 424 cod. pen.), assegnando al momento finalistico della condotta stessa il compito di individuare il bene offeso (artt. 393 e 629 cod. pen., 416, 270, 270- bis, 305, cod. pen., 289-bis, 630, 605, cod. pen.).

Il dolo del reato in questione è integrato, dunque, dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, non richiedendo la norma, quale ulteriore requisito, un atteggiamento antidoveroso di volontario contrasto con il precetto violato.

Il reato di cui all’art. 10-ter, d.lgs. n. 74 del 2000 è unisussistente, di natura omissiva e istantanea. Il che significa che, ai fini della sua perfezione, sono necessarie e sufficienti la coscienza e la volontà dell’azione che devono sussistere nel momento esatto in cui matura il tempo (lungo) dell’obbligazione tributaria, non un attimo prima, non un attimo dopo (Sez. 3, n. 8352 del 24/06/2014, Schirosi, Rv. 263126).

In ogni caso, si tratta di un aspetto ben diverso dalla specifica intenzione di evadere l’imposta, requisito esplicitamente preteso ai fini della integrazione dei soli reati di cui agli artt. 2, 3, 4, 8, 10 e 11, d.lgs. n. 74 del 2000. Sicché, pretendere che la volontà dell’azione cosciente consista nell’intenzione di violare il precetto equivale ad attribuire al dolo generico una funzione selettiva (appunto, specifica) della condotta non necessaria e non richiesta ai fini dell’integrazione del reato, per la cui consumazione, come detto, è necessario e sufficiente che il debitore di imposta ometta volontariamente il versamento dell’imposta nella consapevolezza della sussistenza dell’obbligo e della scadenza del termine previsto per il pagamento; la coscienza e la volontà dell’omissione devono sussistere al momento della scadenza del termine per l’adempimento.

Tali argomentazioni si saldano a quelli che riguardano le ragioni della tutela penale dell’interesse tributario.

L’incriminazione, ad opera dell’art. 35, comma 7, d.l. 4 luglio 2006, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, della condotta di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto dichiarata dal contribuente costituì una novità assoluta, inserita dal legislatore per impedire l’ingente evasione della relativa imposta, non adeguatamente né tempestivamente contrastata dai normali rimedi esecutivi né dalla criminalizzazione delle condotte prodromiche all’evasione.

Sulla legittimità del cumulo dei procedimenti e delle sanzioni, amministrative e penali, quando i primi non sono in grado, da soli, di tutelare gli interessi finanziari dell’Unione Europea, la giurisprudenza della CGUE è unanime; cfr., da ultimo, ancorché in tema di frodi gravi, CGUE, Sezione Grande, n. C-42/17, secondo cui è compito degli Stati membri garantire una riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione. Al fine di assicurare la riscossione integrale delle entrate provenienti dall’IVA e tutelare in tal modo gli interessi finanziari dell’Unione, gli Stati membri dispongono di una libertà di scelta delle sanzioni applicabili, che possono assumere la forma di sanzioni amministrative, di sanzioni penali o di una combinazione delle due  – v., in tal senso, sentenze del 26 febbraio 2013, Akerberg Fransson, C-617/10. A tale riguardo, occorre tuttavia rilevare, in primo luogo, che possono essere indispensabili sanzioni penali per combattere in modo effettivo e dissuasivo determinate ipotesi di gravi frodi in materia di IVA –  v., in tal senso, sentenza Taricco, punto 39. Gli Stati membri, pena la violazione degli obblighi loro imposti dall’articolo 325, paragrafo 1, TFUE, devono quindi assicurarsi che, nei casi di frode grave che ledono gli interessi finanziari dell’Unione in materia di IVA, siano adottate sanzioni penali dotate di carattere effettivo e dissuasivo – v., in tal senso, sentenza Taricco, punti 42 e 43.

Deve pertanto ritenersi che gli Stati membri violino gli obblighi loro imposti dall’articolo 325, paragrafo 1, TFUE qualora le sanzioni penali adottate per reprimere le frodi gravi in materia di IVA non consentano di garantire efficacemente la riscossione integrale di detta imposta.

La focalizzazione della condotta sul momento omissivo e la natura generica del dolo, richiesta dalla fattispecie penale di nuova fattura, costituiscono affidabili indici rivelatori della volontà di punire l’inadempimento dell’obbligo tributario nella mera consapevolezza della sussistenza di tale obbligo, a prescindere dagli scopi perseguiti dal contribuente. Il progressivo aumento della cd. soglia di punibilità ha ridotto, nel tempo, l’ambito applicativo del precetto penalmente sanzionato, ma non la sua natura e la sua struttura. Si può anzi affermare che il legislatore più recente, conscio della generale crisi economica che attanaglia da un decennio il nostro Paese e dei suoi possibili riflessi sulle ragioni dell’omissione penalmente sanzionata, ha, da un lato, elevato a 250.000 per anno di imposta l’importo al di sotto del quale l’omesso versamento dell’IVA è penalmente irrilevante (art. 8, d.lgs. n. 158 del 2015) e, dall’altro, ai fini della non punibilità del reato, ha consentito il pagamento del debito (ancorché gravato da interessi e sanzioni) fino alla apertura del dibattimento, con possibilità di prorogare il termine di ulteriori sei mesi (art. 13, commi 1 e 3, d.lgs. n. 74 del 2000, come modificato dall’art. 11, d.lgs. n. 158 del 2015), di fatto dando maggior “respiro” ai contribuenti inadempienti ai sensi dell’art. 10-ter, d.lgs. n. 74 del 2000. È agevole evidenziare che, pure in tale contesto, la struttura della fattispecie penale è rimasta immutata, non avendo il legislatore inteso dare rilevanza agli eventuali scopi dell’inadempimento, pur a fronte di un panorama giurisprudenziale che ormai andava cristallizzandosi sull’irrilevanza del movente.

La scelta di non pagare prova il dolo; i motivi della scelta non lo escludono.

La forza maggiore, come noto, esclude la suitas della condotta. Secondo l’impostazione tradizionale, è la forza esterna alla quale non si può resistere. Per questa ragione, secondo la giurisprudenza, la forza maggiore rileva come causa esclusiva dell’evento e mai quale causa concorrente di esso; essa sussiste in tutti quei casi in cui la realizzazione dell’evento stesso o la consumazione della condotta antigiuridica è dovuta all’assoluta e incolpevole impossibilità dell’agente di uniformarsi al comando, mai quando egli si trovi già in condizioni di illegittimità.

Poiché la forza maggiore postula l’individuazione di un fatto imponderabile, imprevisto e imprevedibile, che esula del tutto dalla condotta dell’agente, sì da rendere ineluttabile il verificarsi dell’evento, non potendo ricollegarsi in alcun modo a un’azione od omissione cosciente e volontaria dell’agente, la Cassazione ha sempre escluso che le difficoltà economiche in cui versa il soggetto agente possano integrare la forza maggiore penalmente rilevante (Cass. n. 4529 del 4/12/2007, Cairone; n. 18402 del 5/4/2013, Giro; n. 24410 del 5/4/2011, Bolognini).

Costituisce corollario di queste affermazioni il fatto che nei reati omissivi propri integra la causa di forza maggiore non la semplice difficoltà di porre in essere il comportamento omesso (Sez. 6, n. 10116 del 23/03/1990, Iannone, Rv. 184856) ma l’assoluta impossibilità che deve essere collegata a eventi che sfuggono al dominio finalistico dell’agente.

Ne consegue che: a) il margine di scelta esclude sempre la forza maggiore perché non esclude la suitas della condotta; b) la mancanza di provvista necessaria all’adempimento dell’obbligazione tributaria penalmente rilevante non può pertanto essere addotta a sostegno della forza maggiore quando sia comunque il frutto di una scelta/politica imprenditoriale volta a fronteggiare una crisi di liquidità; c) non si può invocare la forza maggiore quando l’inadempimento penalmente sanzionato sia stato con-causato dai mancati accantonamenti e dal mancato pagamento alla singole scadenze mensili e dunque da una situazione di illegittimità; d) l’inadempimento tributario penalmente rilevante può essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore che non ha potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico.

Quanto al principio della inesigibilità dì una condotta diversa – sia che lo si voglia ricollegare alla ratio della colpevolezza riferendolo ai casi in cui l’agente operi in condizioni soggettive tali da non potersi da lui “umanamente” pretendere un comportamento diverso, sia che lo si voglia ricollegare alla ratio dell’antigiuridicità riferendolo a situazioni in cui non sembri coerente ravvisare un dovere giuridico dell’agente dì uniformare la condotta al precetto penale – non può trovare collocazione e spazio al di fuori delle cause di giustificazione e delle cause di esclusione della colpevolezza espressamente codificate, in quanto le condizioni e i limiti di applicazione delle norme penali sono posti dalle norme stesse senza che sia consentito al giudice di ricercare cause ultralegali di esclusione della punibilità attraverso l’analogia iuris (Sez. 6, n. 973/1993, Bove). Né, del resto, è possibile ricorrere alla categoria delle cause di giustificazione non codificate (o scriminanti tacite, o non scritte o extralegislative), in quanto tale categoria non trova applicazione alle fattispecie penali tributarie, ponendosi il problema dell’applicabilità delle cause di giustificazione e delle cause di esclusione della colpevolezza non espressamente codificate solo per quelle attività che, pur manifestandosi in fatti penalmente tipici, sono considerate lecite in ragione della loro utilità sociale anche se non sia dato rintracciare una precisa norma di giustificazione, dovendosi in ogni caso rilevare un’indeterminatezza concettuale di fondo, caratteristica della antigiuridicità sostanziale e delle c.d. scriminanti tacite (così, più recentemente, Sez. 3, n. 6220/2018, Ventura)”.

 

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